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"Noi non ci realizziamo mai. Siamo due abissi: un pozzo che fissa il cielo"

15 maggio 2009

Riflessioni (random) sulle sproporzioni dell’uomo...

Rileggevo una di queste sere un pensiero di Pascal su cui un tempo, quando ancora non ero sommersa dalle infinite pagine di istologia, mi ero a fermata a riflettere. Una di quelle strabilianti intuizioni di un uomo del seicento molto attento a tutte quelle “ragioni del cuore che la ragione non conosce”. Il pensiero si intitola “Sproporzioni dell’uomo”. L’uomo di fronte alla natura è come una nullità catapultata tra due estremi, l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, una duplicità da cui è difficile sfuggire. “Tutto questo mondo visibile non è che un segmento impercettibile nell’ampio seno della natura. Nessuna idea vi s’avvicina. Possiamo sforzarci di dilatare le nostre concezioni al di là degli spazi immaginabili, ma non partoriremo che atomi, a prezzo della realtà delle cose. È una sfera infinita il cui centro è ovunque, la circonferenza in nessun luogo. Infine, il più grande segno sensibile della onnipotenza divina è il fatto che la nostra immaginazione si perda in questo pensiero”. Da quando ho iniziato a maneggiare seriamente quasi solo libri che descrivono la vita nell’infinitamente piccolo, dapprima ho provato un vero senso di straniamento e mi sono realmente resa conto degli immensi limiti del nostro corpo. L’ostacolo è la costante della nostra esistenza. Scoprire che tutto quello spazio che durante la nostra vita quotidiana trascuriamo è incommensurabile, immenso mi sconvolge costantemente...a volte mi fa quasi paura, mi sconcerta sapere che esiste qualcosa di impercepibile che funziona alla perfezione. Basta pensare alla complessità del mondo cellulare, o nel grande all’infinito numero di stelle nelle galassie. “Che cos’è l’uomo nella natura? Un nulla in confronto con l’infinito, un tutto in confronto al nulla, qualcosa di mezzo fra il nulla e il tutto. Infinitamente lontano dal comprendere questi estremi, la fine delle cose e il loro principio sono per lui invincibilmente celati in un segreto impenetrabile; egualmente incapace di vedere il nulla da cui è tratto, e l’infinito da cui viene inghiottito.” Pur essendo ormai cosciente dell’impossibilità di trovare una posizione tra questi due infiniti, spesso di fronte a una volta celeste punteggiata di stelle mi sembra di riuscire ad abbracciarla, a comprenderla, a percepirla. E ci sono momenti in cui azzardo lo stupido tentativo di intrappolare una luna piena in qualche verso di una poesia. Forse è solo un’illusione, la forza di quell’immaginazione su cui tanto hanno fantasticato i romantici, la quale ha un grande bisogno di essere stimolata dall’ostacolo per diffondersi senza confini. Per Pascal l’immaginazione si smarrisce davanti al fatto che nulla nell’Universo è proporzionato all’uomo. E questa sua sensazione sfocia quasi nell’angoscia, come per molti altri filosofi (basta semplicemente pensare a Kirkegaard e alla sequela degli esistenzialisti!). Direi che lo smarrimento è necessario per riportarci con i piedi per terra, per frenare il nostro costante desiderio di ormeggiare nel mare dell’incertezza. Ma purtroppo non credo che l’uomo possa mai sperare in una sosta. E’ nell’incostante fluttuare delle onde il mistero del mare.

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